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LA QUADRATURA DEL CERCHIO

15 settembre 2017 - Arte e cultura
LA QUADRATURA DEL CERCHIO

Oggi alcuni artisti parlano dell’atto del dipingere… ma la prima preparazione è lo stato d’animo, e l’azione procede da questo. La Pace interiore è un altro ideale, forse lo stato ideale da ricercare nella pittura, e certamente è preparatorio all’atto. (Mark Tobey, 1958)

Le sale di una delle più prestigiose collezioni internazionali ospitano sessantasei dipinti di Mark Tobey (Centerville, 1890 – Basilea, 1976), figura solitaria nel panorama della storia dell’arte canonicamente intesa, ma di grandissimo spessore per la produzione artistica americana sia moderna che contemporanea. Le opere esposte descrivono un artista che si è sempre chiamato fuori dagli schemi, rifiutando ogni connotazione che lo identifichi all’interno di un determinato movimento.

Dagli Anni Venti agli Anni Settanta, l’esposizione raccoglie ogni sfaccettatura delle fascinazioni dell’artista originario del Wisconsin, restituendo un percorso analitico e di maturazione figlio del suo vagabondare tra i grandi poli dell’arte mondiale come New York, Parigi e Basilea.

Le forme sintetiche che tracciano i volumi dei primi paesaggi rappresentano l’approdo di Tobey, già affermato illustratore e ritrattista, a una pittura evocativa e di chiara matrice metafisica.
La ricerca personale che renderà il pittore statunitense un pioniere dell’Espressionismo astratto americano affonda le proprie radici, ancor prima che in un’astrazione solo apparente, nella composizione figurativa di visioni relative alla sintetizzazione dell’architettura urbana.

Dipinti come Middle West [American Landscape], del 1929, e Algerian Landscape, del 1931, sono l’esemplificazione della volontà di spingere la speculazione sull’immagine oltre la percezione umana.

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LA FORZA DELLA SPIRITUALITÀ

Tobey rifiuta la grande scala dei grandi maestri contemporanei, la monumentalità dei migliori Color Field di Mark Rothko e Barnett Newman non è contemplata. Rimanere su dimensioni ridotte significa elaborare maggiormente un’intimità e una forza interiore che instaurano con il pubblico un profondo dialogo emozionale. Microcosmi sognati e restituiti attraverso le sintesi panoramiche di scenari urbani e naturali, innervate da un’impressionante carica elettrica. La luce, quella luce filante che dà il titolo a questa importante manifestazione orchestrata dalla Addison Gallery of American Art, con il sostegno dell’Institutional Patron Lavazza.
Come vasi sanguigni, linee fluttuanti di colore bianco irrorano le tele con un ritmo così organico e immersivo da sublimare l’esperienza di visita oltre la tangibilità delle cose.

Il segno diventa immagine, calligrafia ed epifania di una spiritualità intrinseca nella produzione artistica di Tobey; si manifesta, attraverso la sua arte, un allontanamento dall’immediatezza e dalla spontaneità in favore di una meditazione tendente al trascendentale. Ecco la concretizzazione della “scrittura bianca”, un alfabeto di luce brillante, dotato di un dinamismo senza eguali. Una commistione tra l’occidente e gli studi seguiti grazie a quelle fascinazioni che hanno accompagnato Tobey nei numerosi viaggi in oriente.

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LABIRINTI DI LUCE

Le dimensioni dei quadri sono destinate ad aumentare nell’ultimo periodo di produzione; una variazione che amplifica ancor di più l’essenza delle pitture. Sono i campi selvaggi degli Anni ’50, solcati da una poesia metafisica che abbraccia lo spazio interiore. La spiritualità della luce per inseguire il divino, l’inafferrabile.
Molti sono gli elementi concreti descritti dai labirinti di luce, volontà dell’artista di mantenere un contatto diretto con la realtà ponendo davanti agli occhi la contemporaneità filtrata dall’astrazione.
Resta la reiterazione del ricordo di una mostra capolavoro che apre un focus, dovuto e necessario, su un artista d’avanguardia mai allineato nei fitti reticoli che impone la Storia.

L’opera di Tobey, che Pierre Restany definì “contemplazione in azione”, è sintesi di trascendenza ed immanenza, in equilibrio tra natura e artificio, imbevuta di filosofia zen e religiosità Baha’i.

Questa mostra a Venezia  è la più esaustiva retrospettiva degli ultimi vent’anni dedicata all’artista americano Mark Tobey (1890 – 1976).

La mostra Luce filante intende tracciare l’evoluzione dello stile pionieristico dell’artista, nonchè il suo contributo, significativo e ancora non del tutto riconosciuto, all’astrazione e al modernismo americano del XX secolo. Con 70 dipinti, che spaziano dalle produzioni degli anni ’20 fino ad arrivare agli anni ’70, la mostra indaga la portata della produzione artistica di Tobey e rivela lo straordinario, quanto radicale, fascino del suo lavoro. Il percorso espositivo si configura, dunque, come un attento riesame della produzione artistica del pittore, tra i maggiori artisti americani a emergere negli anni ’40, in quel decennio clou che vide la nascita dell’Espressionismo astratto, riconosciuto come figura d’avanguardia, precursore con la sua “scrittura bianca” di quelle innovazioni stilistiche introdotte di lì a poco dagli artisti della Scuola di New York, quali Jackson Pollo

Tobey ha lasciato un segno forte nella storia dell’arte del ‘900 per le sue rappresentazioni calligrafiche, uniche nel loro genere, che risultano essere il risultato di una lirica integrazione tra due culture figurative, l’occidentale e l’orientale, che spaziano dalla tradizionale pittura cinese su pergamena al Cubismo europeo. Tale forma di astrazione deriva dalle diverse esperienze fatte dall’artista che ha vissuto tra Seattle e New York, ha viaggiato a lungo tra Hong Kong, Shanghai, Kyoto e l’Europa, e si è convertito alla fede Bahá’í, religione abramitica monoteistica nata in Iran a metà del XIX secolo.

Come spiega la curatrice Debra Bricker Balken “all’interno di questo mix di fonti, Tobey è stato in grado di evitare uno specifico debito col Cubismo, a differenza dei suoi compagni modernisti, fondendo elementi legati a linguaggi formali in composizioni che sono sorprendentemente radicali e al tempo stesso meravigliose“.

IL CATALOGO

L’esposizione è accompagnata da un’esaustiva pubblicazione illustrata, edita da Skira Rizzoli in italiano e inglese, che documenta molti dei lavori di Tobey, con un approfondito saggio dedicato all’artista e al suo contesto culturale della curatrice Debra Bricker Balken, la cui ricerca attenta e originale è focalizzata sull’unicità dello stile di Tobey e sul ribadire il suo ruolo determinante all’interno della scena artistica Americana.

VENEZIA, Peggy Guggenheim Museum

dal 06 Maggio  al 10 Settembre 2017

CURATTRICE: Debra Bricker Balken

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 041 2405411

E-MAIL INFO: info@guggenheim-venice.it

SITO UFFICIALE: http://www.guggenheim-venice.it

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