Venezia affonda, e con lei l’ambizione di una Biennale che ha smarrito la bussola. Il viaggio in laguna del 2026 si rivela un’odissea nel deserto delle idee. Camminando tra i Padiglioni dei Giardini, la sensazione di dejà-vu è opprimente. Ciò che un tempo era avanguardia, oggi si è ridotto a pura accademia burocratica. I curatori sembrano aver confuso l’impegno sociale con il catechismo ideologico.
Ogni stanza è un manifesto politico scontato, privo di qualsiasi guizzo estetico. All’Arsenale la situazione non migliora, anzi, il vuoto si fa monumentale. Installazioni chilometriche celebrano il nulla, avvolte in fumi di vuoto concettualismo.
Si avverte la totale assenza di coraggio, sostituito da un conformismo rassicurante. L’arte visiva ha dimenticato la sua missione principale: colpire dritto allo stomaco. Qui, invece, si assiste a una sfilata di banalità travestite da profonde riflessioni. La retorica ecologista spadroneggia, ma è un greenwashing culturale imperdonabile. Si predica la sostenibilità dentro padiglioni climatizzati a temperature polari.
I visitatori vagano come zombie, rapiti più dagli smartphone che dalle opere. Il pubblico internazionale applaude per inerzia, per non ammettere il re nudo. Ma la verità è che questa edizione manca disperatamente di un’anima pulsante. I giovani artisti selezionati sembrano già vecchi, intrappolati in formule fisse. Manca la provocazione vera, quella che disturba e costringe a pensare sul serio. Si preferisce anestetizzare lo spettatore con installazioni interattive per Instagram.
L’arte ridotta a fondale per selfie è il vero fallimento di questa kermesse. Anche la pittura, quando c’è, appare asfittica, un esercizio di stile polveroso. Le didascalie alle pareti sono più lunghe e pretenziose delle opere stesse. Un paradosso grottesco che svela la debolezza intrinseca del progetto curatoriale.
Venezia meritava uno scatto d’orgoglio, una visione capace di guardare al futuro. Invece ci si barrica dietro a un intellettualismo d’accatto, sterile e autoreferenziale. La Laguna esce da questa mostra impoverita, specchio di una cultura stanca. Uscendo dai cancelli, resta solo un grande senso di stanchezza e di occasione persa.
Saliamo sul vaporetto con una certezza: il re dell’arte contemporanea è rimasto nudo. E non basta la bellezza eterna di Venezia a coprire le vergogne di questa Biennale. Un’edizione da dimenticare in fretta, sperando che il futuro porti un vento nuovo.
VIAGGIO IN ITALIA
Il Padiglione Italia alla Biennale d’Arte di Venezia 2026 si intitola Con te con tutto. Curato da Cecilia Canziani e incentrato sul progetto artistico di Chiara Camoni (una delle voci più influenti della scultura contemporanea italiana), il padiglione alle Tese dell’Arsenale rappresenta un netto cambio di rotta rispetto alla monumentalità altisonante del passato, proponendo un modello espositivo orizzontale, intimo e profondamente ecologico.
Il Giornale dell’Arte (che dell’evento è anche media partner) e la critica di settore analizzano il progetto mettendone in luce la struttura, la filosofia e i dialoghi storici:
La Struttura: Un Percorso in Due Ambienti
L’allestimento si articola come un viaggio che parte dalla terra e dal mito per arrivare alla quotidianità dello studio e alla condivisione.
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La Prima Tesa: Il Bosco Ctonio delle Divinità Minori. Il visitatore entra in una penombra mistica, un ambiente sospeso popolato da oltre venti statue in ceramica modellate a colombino. Sono figure ieratiche, poco più alte della scala umana, che ricordano idoli arcaici o divinità etrusche. La particolarità risiede nei dettagli: la terracotta è adornata da elementi naturali (arbusti, conchiglie, pietre) ma anche da scarti industriali e frammenti di plastica recuperati dall’artista. È un invito al dialogo silenzioso, in cui il corpo dello spettatore si relaziona a forme minerali e vegetali in perenne metamorfosi.
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La Seconda Tesa: Lo Studio Diffuso e la Luce. Superate alcune grandi figure femminili reclinate (che fanno da raccordo), si accede a un ambiente in piena luce. Questa sezione è un’estensione dello studio toscano dell’artista: un’architettura potenziale che si fa pavimento, parete e seduta, dove materiali di riciclo e oggetti trovati ridefiniscono il paesaggio contemporaneo. Il tempo si fa umano, laboratoriale e collettivo.
Il Dialogo Storico e gli Artisti Ospiti
Uno degli aspetti più apprezzati e analizzati dalla critica è la scelta di non isolare l’opera di Chiara Camoni, ma di farla dialogare (attraverso gli interventi di curatori invitati come Cristiana Perrella, Luca Griccioli e Elena Aspesi) con la tradizione plastica italiana del Novecento e con voci internazionali. All’interno delle strutture si creano accostamenti con le opere di maestri del calibro di:
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Fausto Melotti, Marisa Merz e Medardo Rosso (per la delicatezza e la fragilità della materia).
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Felice Casorati e Alberto Martini.
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Artisti internazionali come Kazuko Miyamoto, Senga Nengudi e Gauri Gill.
Questo “organigramma orizzontale” demolisce l’idea del Padiglione Nazionale come celebrazione del singolo genio isolato, trasformandolo in una comunità di affinità elettive.
La Filosofia: “La Bellezza nello Scarto” e il Rifiuto del Monumentale
La critica evidenzia come il Padiglione Italia 2026 risponda con delicatezza ma fermezza al tema della Biennale generale (curata da Koyo Kouoh). Invece di urlare risposte geopolitiche, Camoni e Canziani scelgono una “chiamata al raduno” basata su:
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La cura del tempo e delle relazioni: Il lavoro manuale, l’uso di tecniche artigianali antiche e i laboratori collettivi (vegetal printing) celebrano il fare insieme.
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Ecologia Radicale: L’inclusione dei rifiuti e della plastica riciclata non è un vuoto manifesto ideologico, ma un modo per ricucire il nostro rapporto con i traumi del paesaggio contemporaneo, trovando lo stupore e la meraviglia anche dove l’uomo ha distrutto.
Il giudizio della critica: Il Padiglione Italia 2026 viene promosso come un’operazione poetica di grande coerenza. Riesce nel difficile compito di essere profondamente calato nel presente senza cadere nel didascalismo politico, curando le ferite della contemporaneità attraverso la tattilità dell’argilla, la memoria degli oggetti e la riscoperta del sacro nel quotidiano.
IL MEGLIO DELLA BIENNALE
- Padiglione Italia (Arsenale): La preghiera pagana di Chiara Camoni
Entrare nelle Tese dell’Arsenale quest’anno significa spogliarsi della fretta. Chiara Camoni, guidata dalla curatela millimetrica di Cecilia Canziani, firma “Con te con tutto”, un’opera che è un corpo a corpo con la materia più umile. La prima tesa è un bosco di divinità silenziose: oltre venti statue antropomorfe in terracotta, argilla e frammenti di plastica raccolta, che ti guardano dall’alto di una ieraticità arcaica. Non c’è l’ego del singolo artista qui; c’è il respiro di una comunità, di mani femminili che hanno impastato la terra. Camoni prende lo scarto, il detrito industriale e il rito ancestrale, e li fonde in un’architettura potenziale che nella seconda tesa esplode in piena luce. È un’Italia che finalmente rinuncia alla retorica del grande nome per ritrovare la sacralità del fare collettivo. Ipnotico.
- Padiglione Austria (Giardini): Florentina Holzinger e l’abisso liquido di “Seaworld Venice”
Dimenticate la grazia asettica e accomodatevi nel perturbante. Ai Giardini, l’Austria mette in scena quello che è già il Padiglione-scandalo, o forse semplicemente il più necessario. Florentina Holzinger trascina la laguna dentro le pareti austriache con “Seaworld Venice”, una provocazione totale che mescola performance viscerale, fluidi, corpi che sfidano la gravità e una riflessione spietata sulla mercificazione dell’esistenza. È un teatro della crudeltà moderno in cui l’acqua diventa specchio delle nostre fobie ecologiche e carnali. Si esce storditi, forse indignati, sicuramente vivi. Chi cerca il conforto estetico qui troverà solo un magnifico, violentissimo naufragio.
- Padiglione Giappone (Giardini): L’umanità in ostaggio di Ei Arakawa-Nash
Al Padiglione Giappone si consuma il paradosso più intimo della mostra. Con “Grass Babies, Moon Babies”, Ei Arakawa-Nash costringe il visitatore a un ribaltamento di ruoli tanto elementare quanto spiazzante: prendersi cura. Lo spazio è dominato da installazioni partecipative dove il pubblico è chiamato ad accudire delle “bambole”, simulacri di fragilità in un mondo che ha dimenticato la grammatica dell’empatia. È un gioco ludico ma dalle venature inquietanti, tipicamente giapponese nella sua precisione millimetrica. Arakawa-Nash ci dice che l’arte non è più da guardare, ma da proteggere, curare, mantenere in vita. Un esercizio di resistenza emotiva che spezza il cinismo contemporaneo.
Venezia, in fondo, è sempre una questione di resistenza. Tra la terra cotta della Camoni, l’acqua sporca della Holzinger e i neon emotivi di Arakawa-Nash, la Biennale 2026 ci ricorda che l’arte, quando è grande, non serve a capire il mondo. Serve a sopravvivergli.
